Riflessioni sulla scrittura per il teatro dei burattini.
I burattini sono disobbedienti, non è facile mettere loro in bocca le
parole che vogliamo noi, possiamo provarci, ma a volte questo non
succede.
Secondo me almeno per tre motivi:
1) Per loro natura sono ribelli.
2) Hanno un linguaggio proprio, che dipende dalla loro personalità che già contiene un vocabolario.
3) Non amano seguire la strada recintata della scrittura.
Vorrei portare il mio contributo al Convegno “Animare la Scena”
affrontando questo problema con alcune osservazioni che riguardano la
difficoltà di realizzare una drammaturgia specifica per il teatro dei
burattini contemporaneo.
Quindi il mio intervento cercherà di individuare all’interno di
questo obiettivo, le linee e gli sviluppi che, partendo dal dato
storico che ha accompagnato almeno negli ultimi due secoli le
performance con burattini, conducano ad una possibile definizione e
utilizzazione del testo in modo innovativo.
Mia intenzione è legare queste note teoriche alla mia esperienza
personale, al modo di utilizzo delle figure, all’evoluzione della mia
scrittura per la messa in scena.
Devo precisare che questo mio contributo ha come soggetto la
rappresentazione con il burattino nel senso di una figura mossa dalla
mano o a stretto contatto con l’uomo e quindi che il campo di
riflessione rimane limitato.
In passato non esisteva una scrittura colta per il teatro dei
burattini a differenza delle marionette che trovavano maggiore
attenzione nei salotti della nascente borghesia e inoltre i repertori
sono sempre stati diversificati, storie semplici e su base di vita
quotidiana (grande uso della farsa) per i primi, storie più complesse,
derivate da una letteratura colta o dall’opera lirica, per le
marionette.
"Target "degli spettacoli dei burattini era prevalentemente il
popolo, il canovaccio come possiamo immaginare, bastava a dare le
linee generali di rappresentazione, stabiliva dei ruoli, costruiva la
trama per azioni sceniche da svolgersi prevalentemente in strada.
L’iconografia pittorica e le stampe dal seicento all’ottocento
rappresentano sempre gruppi di persone raccolte attorno al casotto del
burattinaio ai bordi della piazza. La scrittura lasciava quindi spazio
all’improvvisazione, il saccheggio di opere e testi letterari più
importanti e comunque di derivazione dalla Commedia dell’Arte è iniziato
successivamente.
Il teatro dei burattini ha sviluppato personaggi propri, spesso
“macchiette” di paese, caricature di persone reali a cui le famiglie di
burattinai hanno dato vita. Questi personaggi avevano una loro
psicologia, un loro modo di esprimersi, di porsi e per questo sono
diventate maschere.
Le personalità delle maschere erano conosciute profondamente da chi
le metteva in scena, che quindi non avevano bisogno di scritture per
tessere i rapporti dialogici.
Il microcosmo di azione e il limite negli spostamenti dei
burattinai aveva bisogno di poche regole e di scritture semplici per
funzionare. Specialmente nell’ottocento e all’inizio del novecento era
importante che lo spettacolo fosse composto da farse di cui esistevano
innumerevoli “lazzi”, spezzoni da utilizzare con la tecnica di montaggio
e smontaggio, per lo più metafore e modi di dire che erano
caratteristici dei vari personaggi.
La favolistica settecentesca e ottocentesca entrerà negli strati più
deboli della società più tardi, avrà bisogno delle guerre mondiali e
dell’alfabetizzazione per svilupparsi in maniera così trasversale e per
entrare nella rappresentazione con figure come la conosciamo oggi.
Per tanto nel teatro dei burattini l’utilizzo di temi narrativi appartiene a un repertorio più recente.
Per tutto l’ottocento l’elemento fantastico veniva agito da narratori
senza ausilio di figure, in momenti comunitari ristretti. Nei territori
da cui provengo, nelle ville di campagna e nelle fattorie contadine
dove arrivano a viverci comunità di centinaia di persone, con i filò,
dove i racconti parlavano di fade (fate) anguane (abitanti dei fiumi),
orchi.ecc.
Se il monologo appartiene maggiormente alla cultura contadina, il
dialogo è più cittadino. Forse per questo troviamo nell’iconografia e
nelle stampe d’epoca “castelli di burattini” piantati nelle piazze, a
volte ai bordi, altre volte sotto dei portici, gli spettatori sono
rappresentati in piedi, mai numerosi ma come piccoli nuclei di curiosi
di varie età anagrafiche.
Il setting della piazza era quindi lo spazio indispensabile alla
nascita del dialogo nella dinamica dei rapporti sociali nascenti.
Se al Nord l’origine contadina ha permesso lo sviluppo di un teatro
di “mano” nel Sud Italia si è sviluppato un teatro più “letterario”,
basti pensare all’opera dei Pupi, che nel loro movimento diverso,
richiedono una distanza data dalle aste di ferro, con la presa di tutto
un repertorio mediovalistico-religioso importantissimo, che ha avuto
bisogno di ricreare un spostamento temporale non solo nella storia ma
anche nella manovra dato il peso delle figure.
Dopo questo percorso storico, dopo la la crisi che i burattini hanno
sofferto negli anni 60 che è coincisa con lo sviluppo del mezzo
televisivio, vediamo come il testo scritto può sorreggere lo spettacolo
contempporaneo.
Citando Lorca, nel “Teatrino di Don Cristoforo e di donna Rosina”,
che conclude la piece facendo dire al direttore della compagnia “ le
parolacce acquistano ingenuità e freschezza quando le dicono i
burattini”si comprende come la trasposizione figura -parola crei una
situazione nuova, quasi autonoma rispetto al testo scritto. E qui si
inserisce la difficoltà per il burattino di stare dentro alla cornice
scritta e anche dentro a una cornice narrativa precostituita.
Ho sperimentato la potenza del burattino nello sviluppare parole e
successivamente scrittura sia personalmente che osservando gente comune,
bambini e adulti nel maneggiare un burattino. L’elemento magico spesso
avviene solamente impugnando il fantoccio, questo gesto provoca due
manifestazioni a volte agite in contemporanea: il mettere in movimento
l’oggetto e l’emissione sonora. (Pulcinella burattino è la
rappresentazione di questa sintesi)
A volte bastano due occhi, un naso e una bocca dipinti sul dito
indice (guarda caso il primo dito che serve al bambino per comunicare,
prima ancora della comparsa del linguaggio pragmatico e strutturato) per
far parlare il nostro personaggio.
Il movimento quindi basta da solo a produrre l’emissione che può
essere controllata o libera, la voce, ovviamente fa parte di una triade
più ampia che concorre a comporre la scena che dipende dalla figura/
personaggio, dall’azione scenica (contesto) e dal testo/emissione.
In ogni caso, questo può rimanere chiuso tra sé oppure può
svilupparsi all’esterno, dipende da come viene gestito il movimento, che
direzione prende.
Nello sviluppo di queste fasi solitamente la mano cerca l’altra mano,
come il bambino cerca la mamma per crescere, perché entrambi hanno
bisogno di relazione duale per “sopravvivere”.
Questo scambio è l’inizio di una forma empatica che fa nascere il
dialogo, è la base della comunicazione tra persone e se c’è una
registrazione di questa comunicazione, nasce la drammaturgia.
Abbiamo solo due mani, non possiamo usare contemporaneamente tre burattini, il dialogo è quindi un punto di partenza.
Succede però che crescendo le due mani si stancano di parlare tra
loro e sentono il bisogno di affacciarsi al balcone della scena, per
questo si orientano verso l’esterno e per questo è necessario nei primi
momenti che il dialogo contenga una sequenza logica precisa , magari
semplice ma comprensibile, per essere trasmesso senza interferenze di
comprensione.
Su questo modus operandi non ho costruito molti anni fa i miei
lavori, che segiivano invece una pista più classica costringendo i
burattini a stare sul testo.
Era prevista un’ attenzione al linguaggio, alla comunicazione e alla
storia, rivolgendomi principalmente al mondo dell’infanzia e ai temi
legati a questo ambito.
Quindi la scrittura in questa prima fase nasceva veicolando un’idea
di base, (esigenza) per esempio mia figlia non mangiava la verdura e
realizzati in cartapesta i personaggi, AsparaGino, PomoDario,
MelanzaNina ecco che è nata la “Favola della Terra” dove il contadino
Nello coltiva verdurine biologiche per i bambini degli asili,
(stratagemma che ancora oggi non si è rivelato risolutivo del problema e
che mostra i limiti dei burattini pedagogici!)
Subito dopo ascoltando un telegiornale scoprii che un tale stava
diventando il capo di tutte le televisioni, e ecco la storia del tubo
catodico, dove Mielina, famosa velina, si esibisce per promuovere
prodotti strampalati e inutili.
Lo stesso vale per storie più fantastiche che si compilavano mano a
mano che realizzavo i personaggi: Draghi, Serpenti magici o Animali
improbabili ecc.
Questi casi che ho citato rivelano un processo della scrittura che
avviene guardando “la società”, il testo racconta una storia con
modalità dialogiche percorrendo un’ idea, un percorso narrativo che
accompagna un messaggio quasi sempre di tipo morale e civile che sta su
un fondo di “mare poetico”, un substrato, che permette di trasmettere
emozioni al piccolo spettatore.
Tuttavia questo tipo di teatro, rivolto principalmente all’infanzia,
ho iniziato a trovarlo limitante per gli stessi burattini, mi sembrava
di poter chiedere loro qualcosa di più, di poter parlare anche a quei
numerosi genitori che durante gli spettacoli preferivano rimanere
infondo la sala a telefonare con il cellulare, piuttosto di partecipare e
condividere con il figlio un momento ludico e creativo.
Gli stessi burattini sono alla ricerca di nuovi linguaggi.
Così i miei testi hanno subito un cambiamento, sono cresciuti,
addentrandosi in un mondo comunicativo più minimale e sperimentale.
Lo spazio scenico rimane ridotto e scarno, il movimento sottolinea la
parola, rientrano delle figure tradizionali e classiche come Tartaglia,
Arlecchino, Brighella, La Morte, Il Diavolo, ma spesso dialogano con
personaggi “Picassiani”, più improbabili, costruiti su piani falsi e
sghembi, intagliati da me.
Gli oggetti di scena sono essenziali, un coltello, un pennello, dei bastoncini, una girandola, le bolle.
Con il tempo, ho iniziato a costruire dialoghi maggiormente legati al
modo attuale agli intrecci dei rapporti sociali. Ho abbandonato alcune
stereotipie classiche, ho riportato nel testo la “malattia” della
conversazione quotidiana.
La comunicazione è diventata frammentaria e la narrazione meno invadente.
Il burattino usa la parola solo per evocare immagini ed emozioni. Non
so dirvi lo sviluppo di questa ricerca in parte teorica, che ho
accompagnato associando negli ultimi tre anni, una documentazione
puntuale da “work in progress” tramite il video. Non so dirvi se i
burattini accettino di parlare con questa scrittura e non so prevedere
quanto la scena si possa animare con questi drammaturgie.
I burattini rimangono fondamentalmente liberi e disobbedienti, non si
lasciano imbrigliare facilmente e non corrono facilmente dietro alla
prima bionda che passa.
Tuttavia, quando si animano, sono portatori di personalità,
proiezione di sentimenti del burattinaio che viene risucchiato dalla
figura fino a perdere i propri, la parola si crea con il movimento della
mano e si rivolge all’esterno utilizzando come un tempo la metafora.
Non sono pienamente consapevole se i burattini riescano a reggere fuori dai canoni collaudati nella storia.
Ceronetti con le sue marionette ideofore ha aperto questa strada, ma
forse la marionetta è per natura più “Umana” e la sua presenza nella
scena può essere sostenuta dalla sua presenza.
Vedo il burattino più corporeo rispetto alla marionetta, meno lontano
da una distanza osservata dall’animatore, più “protesi” e continuazione
del corpo e questo potrebbe rappresentare una difficoltà nello
sperimentare nuove modalità di rappresentazione e di scrittura.
Difficilmente la voce e quindi la scrittura potrebbero annullarsi,
per lasciare posto solo a suono e al movimento descrittivo dell’azione
scenica, oppure ci potrà essere un ritorno al passato, in fondo quello
che ancora funziona è la lotta ancestrale irrisolta tra il Diavolo e
Arlecchino, tra la Morte e Pulcinella. Lotta tra il bene e il male, che
da sempre accompagna la nostra esistenza.
Nessun commento:
Posta un commento