mercoledì 4 giugno 2014

La disobbedienza del burattino

Riflessioni sulla scrittura per il teatro dei burattini.

I burattini sono disobbedienti, non è facile mettere loro in bocca le parole che vogliamo noi, possiamo provarci, ma a volte questo non succede.
Secondo me almeno per tre motivi:
1) Per loro natura sono ribelli.
2) Hanno un linguaggio proprio, che dipende dalla loro personalità che già contiene un vocabolario.
3) Non amano seguire la strada recintata della scrittura.
Vorrei portare il mio contributo al Convegno “Animare la Scena” affrontando questo problema con alcune osservazioni che riguardano la difficoltà di realizzare una drammaturgia specifica per il teatro dei burattini contemporaneo.
Quindi il mio intervento cercherà di individuare all’interno di questo obiettivo, le linee e gli sviluppi  che, partendo dal dato storico che ha accompagnato almeno negli ultimi due secoli le performance con burattini, conducano ad una possibile definizione e utilizzazione del testo in modo innovativo.
Mia intenzione è legare queste note teoriche alla mia esperienza personale, al modo di utilizzo delle figure, all’evoluzione della mia scrittura per la messa in scena.
Devo precisare che questo mio contributo ha come soggetto la rappresentazione con il burattino nel senso di una figura mossa dalla mano o a stretto contatto con l’uomo e quindi che il campo di riflessione rimane limitato.
In passato non esisteva una scrittura colta per il teatro dei burattini a differenza delle marionette che trovavano maggiore attenzione nei salotti della nascente borghesia e inoltre i repertori sono sempre stati diversificati, storie semplici e su base di vita quotidiana (grande uso della farsa) per i primi, storie più complesse, derivate da una letteratura colta o dall’opera lirica, per le marionette.
"Target "degli spettacoli dei burattini era prevalentemente il popolo, il canovaccio come possiamo immaginare, bastava  a  dare le linee generali di rappresentazione, stabiliva dei ruoli, costruiva la trama per azioni sceniche da svolgersi prevalentemente in strada. L’iconografia pittorica e le stampe dal seicento all’ottocento rappresentano sempre gruppi di persone raccolte attorno al casotto del burattinaio ai bordi della piazza. La scrittura lasciava quindi spazio all’improvvisazione, il saccheggio di opere e testi letterari più importanti e comunque di derivazione dalla Commedia dell’Arte è iniziato successivamente.
Il teatro dei burattini ha sviluppato personaggi propri, spesso “macchiette” di paese, caricature di  persone reali a cui le famiglie di burattinai hanno dato vita. Questi personaggi avevano una loro psicologia, un loro modo di esprimersi, di porsi e per questo sono diventate maschere.
Le personalità delle maschere erano conosciute profondamente da chi le metteva in scena, che quindi non avevano bisogno di scritture per tessere i rapporti dialogici.
 Il microcosmo di azione e il limite negli spostamenti  dei burattinai aveva bisogno di poche regole e di scritture semplici per funzionare. Specialmente nell’ottocento e all’inizio del novecento era importante che lo spettacolo fosse composto da farse di cui esistevano innumerevoli “lazzi”, spezzoni da utilizzare con la tecnica di montaggio e smontaggio, per lo più metafore e modi di dire che erano caratteristici dei vari personaggi.
La favolistica settecentesca e ottocentesca entrerà negli strati più deboli della società più tardi, avrà bisogno delle guerre mondiali e dell’alfabetizzazione per svilupparsi in maniera così trasversale e per entrare nella rappresentazione con figure come la conosciamo oggi.
Per tanto nel teatro dei burattini l’utilizzo di temi narrativi appartiene a un repertorio più recente.
Per tutto l’ottocento l’elemento fantastico veniva agito da narratori senza ausilio di figure, in momenti comunitari ristretti. Nei territori da cui provengo, nelle ville di campagna e nelle fattorie contadine dove arrivano a viverci comunità di centinaia di persone, con i filò, dove i racconti parlavano di fade (fate) anguane (abitanti dei fiumi), orchi.ecc.
Se il monologo appartiene maggiormente alla cultura contadina, il dialogo è più cittadino. Forse per questo troviamo nell’iconografia e nelle stampe d’epoca “castelli di burattini”  piantati nelle piazze, a volte ai bordi, altre volte sotto dei portici, gli spettatori sono rappresentati in piedi, mai numerosi ma come piccoli nuclei di curiosi di varie età anagrafiche.
Il setting della piazza era quindi lo spazio indispensabile alla nascita del dialogo nella dinamica dei rapporti sociali nascenti.
Se al Nord l’origine contadina ha permesso lo sviluppo di un teatro di “mano” nel Sud Italia si è sviluppato un teatro più “letterario”, basti pensare all’opera dei Pupi, che nel loro movimento diverso, richiedono una distanza data dalle aste di ferro, con la presa di tutto un repertorio mediovalistico-religioso importantissimo, che ha avuto bisogno di ricreare un spostamento temporale non solo nella storia ma anche nella manovra dato il peso delle figure.
Dopo questo percorso storico,  dopo la la crisi che i burattini hanno sofferto negli anni 60 che è coincisa con lo sviluppo del mezzo televisivio, vediamo come il testo scritto può sorreggere lo spettacolo contempporaneo.
Citando Lorca, nel “Teatrino di Don Cristoforo e di donna Rosina”, che conclude  la piece facendo dire al direttore della compagnia “ le parolacce acquistano ingenuità e freschezza quando le dicono i burattini”si comprende come la trasposizione figura -parola crei una situazione nuova, quasi autonoma rispetto al testo scritto. E qui si inserisce la difficoltà per il burattino di stare dentro alla cornice scritta e anche dentro a una cornice narrativa precostituita.

Ho sperimentato la potenza del burattino nello sviluppare parole e successivamente scrittura sia personalmente che osservando gente comune, bambini e adulti nel maneggiare un burattino. L’elemento  magico spesso avviene solamente impugnando il fantoccio, questo gesto provoca due manifestazioni a volte agite in contemporanea: il mettere in movimento l’oggetto e l’emissione sonora. (Pulcinella burattino è la rappresentazione di questa sintesi)
A volte bastano due occhi, un naso e una bocca dipinti sul dito indice (guarda caso il primo dito che serve al bambino per comunicare, prima ancora della comparsa del linguaggio pragmatico e strutturato) per far parlare il nostro personaggio.
Il movimento quindi basta da solo a produrre l’emissione che può essere controllata o libera,  la voce, ovviamente fa parte di una triade più ampia che concorre  a comporre la scena che dipende dalla figura/ personaggio, dall’azione scenica (contesto) e dal testo/emissione.
In ogni caso, questo può rimanere chiuso tra sé oppure può svilupparsi all’esterno, dipende da come viene gestito il movimento, che direzione prende.
Nello sviluppo di queste fasi solitamente la mano cerca l’altra mano, come il bambino cerca la mamma per crescere, perché entrambi hanno bisogno di relazione duale per “sopravvivere”.
Questo scambio è l’inizio di una forma empatica che fa nascere il dialogo, è la base della comunicazione tra persone e se c’è una registrazione di questa comunicazione, nasce la drammaturgia.
Abbiamo solo due mani, non possiamo usare contemporaneamente tre burattini, il dialogo è quindi un punto di partenza.
Succede però che crescendo le due mani si stancano di parlare tra loro e sentono il bisogno di affacciarsi al balcone della scena, per questo si orientano verso l’esterno e per questo è necessario nei primi momenti che il dialogo contenga una sequenza logica precisa , magari semplice ma comprensibile, per essere trasmesso senza interferenze di comprensione.
Su questo modus operandi non ho costruito molti anni fa i miei lavori, che segiivano invece una pista più classica costringendo i burattini a stare sul testo.
Era prevista un’ attenzione al linguaggio, alla comunicazione e alla storia, rivolgendomi principalmente al mondo dell’infanzia e ai temi legati a questo ambito.
Quindi la scrittura in questa prima fase nasceva veicolando un’idea di base, (esigenza) per esempio mia figlia non mangiava la verdura e realizzati in cartapesta i personaggi, AsparaGino, PomoDario, MelanzaNina ecco che è nata la “Favola della Terra” dove il contadino Nello coltiva verdurine biologiche per i bambini degli asili, (stratagemma che ancora oggi non si è rivelato risolutivo del problema e che mostra i limiti dei burattini pedagogici!)
Subito dopo ascoltando un telegiornale scoprii che un tale stava diventando il capo di tutte le televisioni, e ecco  la storia del tubo catodico, dove Mielina, famosa velina, si esibisce per promuovere prodotti strampalati e inutili.
Lo stesso vale per storie più fantastiche che si compilavano mano a mano che realizzavo i personaggi: Draghi, Serpenti magici o Animali improbabili ecc.
Questi casi che ho citato rivelano un processo della scrittura che avviene guardando “la società”, il testo racconta una storia con modalità dialogiche percorrendo un’ idea, un percorso narrativo che accompagna un messaggio quasi sempre di tipo morale e civile che sta su un fondo di “mare poetico”, un substrato, che permette di trasmettere emozioni al piccolo spettatore.
Tuttavia questo tipo di teatro, rivolto principalmente all’infanzia, ho iniziato a trovarlo limitante per gli stessi burattini, mi sembrava di poter chiedere loro qualcosa di più, di poter parlare anche a quei numerosi genitori che durante gli spettacoli preferivano rimanere infondo la sala a telefonare con il cellulare, piuttosto di partecipare e condividere con il figlio un momento ludico e creativo.
Gli stessi burattini sono alla ricerca di nuovi linguaggi.
Così i miei testi hanno subito un cambiamento, sono cresciuti, addentrandosi in un mondo comunicativo più minimale e sperimentale.
Lo spazio scenico rimane ridotto e scarno, il movimento sottolinea la parola, rientrano delle figure tradizionali e classiche come Tartaglia, Arlecchino, Brighella, La Morte, Il Diavolo, ma spesso dialogano con personaggi “Picassiani”, più improbabili, costruiti su piani falsi e sghembi, intagliati da me.
Gli oggetti di scena sono essenziali, un coltello, un pennello, dei bastoncini, una girandola, le bolle.
Con il tempo, ho iniziato a costruire dialoghi maggiormente legati al modo attuale agli intrecci dei rapporti sociali. Ho abbandonato alcune stereotipie classiche, ho riportato nel testo la “malattia” della conversazione quotidiana. 
La comunicazione è diventata frammentaria e la narrazione meno invadente.
Il burattino usa la parola solo per evocare immagini ed emozioni. Non so dirvi lo sviluppo di questa ricerca in parte teorica, che ho accompagnato associando negli ultimi tre anni, una documentazione puntuale da “work in progress”  tramite il video.  Non so dirvi se i burattini accettino di parlare con questa scrittura e  non so prevedere quanto la scena si possa animare con questi drammaturgie.
I burattini rimangono fondamentalmente liberi e disobbedienti, non si lasciano imbrigliare facilmente e non corrono facilmente dietro alla prima bionda che passa.
Tuttavia, quando si animano, sono portatori di personalità, proiezione di sentimenti del burattinaio che viene risucchiato dalla figura fino a perdere i propri, la parola si crea con il movimento della mano e si  rivolge all’esterno utilizzando come un tempo la metafora.
Non sono pienamente consapevole se i burattini riescano a reggere fuori dai canoni collaudati nella storia.
Ceronetti con le sue marionette ideofore ha aperto questa strada, ma forse la marionetta è per natura più “Umana” e la sua presenza nella scena può essere sostenuta dalla sua presenza.
Vedo il burattino più corporeo rispetto alla marionetta, meno lontano da una distanza osservata dall’animatore, più “protesi” e continuazione del corpo e questo potrebbe rappresentare una difficoltà nello sperimentare nuove modalità di rappresentazione e di scrittura.
Difficilmente la voce e quindi la scrittura potrebbero annullarsi, per lasciare posto solo a suono e al movimento descrittivo dell’azione scenica, oppure ci potrà essere un ritorno al passato, in fondo quello che ancora funziona è la lotta ancestrale irrisolta tra il Diavolo e Arlecchino, tra la Morte e Pulcinella. Lotta tra il bene e il male, che da sempre accompagna la nostra esistenza.